Mobilità

Smog, meno sforamenti ma l’aria resta pesante: cosa dice davvero Mal’Aria 2025

traffico e smog in città
Mal d'aria 2025 - classmeteo.it

Respiriamo un po’ meglio rispetto a qualche anno fa. Ma non abbastanza e soprattutto non in modo stabile.

Il nuovo rapporto Mal’Aria 2025 di Legambiente racconta una verità scomoda: le polveri sottili calano in alcune città, però l’Italia resta lontana dai limiti europei che entreranno in vigore nel 2030. E questo, per chi vive nei centri urbani, significa continuare a fare i conti con un’aria che spesso non è davvero sicura.

Meno giorni fuori limite, ma il problema non è risolto

Il dato che salta agli occhi è questo: nel 2025 sono 13 i capoluoghi che hanno superato per oltre 35 giorni il limite giornaliero di Pm10. L’anno prima erano 25. Nel 2022 addirittura 29.

Sembra un miglioramento netto. In parte lo è. Alcune città hanno registrato meno giornate “rosse”, complice anche un meteo più favorevole e blocchi temporanei del traffico. Ma fermarsi a quel numero rischia di dare un’idea distorta.

Il punto non è solo quante volte si supera la soglia. Il punto è che le concentrazioni medie restano alte in molte aree urbane, soprattutto nella Pianura Padana, dove la conformazione del territorio intrappola gli inquinanti. E non è più solo una questione del Nord industriale.

La maglia nera del 2025 va a Palermo, seguita da Milano e Napoli. Segno che il problema attraversa il Paese, senza grandi distinzioni.

Se applichiamo già oggi le regole del 2030

Qui il quadro cambia davvero. L’Unione Europea ha fissato nuovi limiti sulla qualità dell’aria che scatteranno nel 2030. Se li applicassimo ai dati attuali, oltre la metà delle città italiane sarebbe fuori norma per il Pm10, quasi tre su quattro per il Pm2.5, e più di un terzo per il biossido di azoto. Numeri che ridimensionano l’ottimismo. Il Pm2.5, in particolare, è quello che preoccupa di più. Particelle minuscole, capaci di entrare in profondità nei polmoni. La loro riduzione è lenta, complicata, e non basta qualche domenica ecologica per cambiarla.

Per una famiglia che vive in città questo significa una cosa semplice: bambini che respirano ogni giorno un’aria che non rispetta gli standard futuri. Anziani più esposti. Persone con asma o problemi cardiaci che devono fare attenzione nei periodi invernali. Non è un allarme teorico, è quotidianità.

Traffico, riscaldamento, logistica: il nodo resta la mobilità

Quando si parla di mobilità, il traffico è il primo imputato. Le auto private, il trasporto merci, i mezzi pesanti che attraversano le città. Anche con più veicoli ibridi o elettrici in circolazione, la quantità complessiva di mezzi resta elevata.

Poi c’è il riscaldamento domestico. Caldaie vecchie, stufe a biomassa, impianti poco efficienti. Nei mesi freddi, quando l’aria ristagna, i livelli di polveri salgono rapidamente.

E infine la logistica e le attività produttive. Intere aree urbane convivono con flussi continui di camion, magazzini, poli industriali. È una struttura economica che pesa sull’aria ogni giorno, non solo nelle emergenze.

Il risultato è che le misure temporanee funzionano poco e per poco tempo. Un blocco del traffico abbassa i valori per qualche ora. Poi tutto riparte.

Perché riguarda la vita di tutti

La qualità dell’aria non è un tema astratto. Incide sulla salute, sulle spese sanitarie, sulle giornate di lavoro perse. Sulla scuola, quando i bambini restano chiusi in casa per evitare picchi di inquinamento.

E incide anche sulle scelte quotidiane: usare l’auto o il bus, cambiare caldaia o rimandare, vivere in centro o spostarsi altrove.

Il rapporto dice una cosa chiara: migliorare è possibile. I numeri degli ultimi anni lo dimostrano. Ma il passo è ancora troppo corto rispetto agli obiettivi che ci siamo dati.

La sensazione è che l’Italia si muova, ma senza cambiare davvero ritmo. E l’aria che respiriamo continua a ricordarcelo, ogni inverno, quando il cielo si fa grigio e resta lì, fermo sopra le città.

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