Sugli Appennini si registrano temperature da fine primavera, con dieci gradi a 1.800 metri e zero termico oltre i 3.200.
Non è una giornata isolata né un semplice sbalzo passeggero. È l’effetto di un’alta pressione persistente che sta comprimendo l’inverno proprio nel momento in cui dovrebbe esprimere il suo volto più rigido. Febbraio, che in montagna è tradizionalmente uno dei mesi più freddi, si sta comportando in modo diverso. E la differenza si vede nei numeri, non nelle impressioni.
Dopo settimane già segnate da mitezza e piogge frequenti, ora il caldo anomalo si manifesta soprattutto in quota. Le previsioni dei principali centri di calcolo avevano anticipato questa fase e i dati stanno confermando lo scenario: temperature sopra media e uno zero termico che si colloca attorno ai 3.200 metri, un valore che fino a pochi anni fa sarebbe stato associato all’inizio dell’estate.
Montagna calda, neve fragile
Tra gennaio e febbraio le precipitazioni non sono mancate. In Appennino è caduta molta neve, spesso oltre i 1.800–2.000 metri. Il problema è che il manto non ha avuto modo di consolidarsi. Le notti sono rimaste troppo miti, raramente vicine allo zero, e la neve non ha potuto assestarsi come avviene in condizioni invernali più stabili.
Ora l’alta pressione sta facendo il resto. A 1.800 metri si registrano circa +10°C. Al Rifugio Franchetti, sul Gran Sasso, a 2.433 metri, la temperatura massima ha superato i +4°C. A quota inferiore, tra Campo Felice e altre stazioni attorno ai 1.400–1.700 metri, si sono toccati e superati i +9°C e i +12°C. Sono valori che, su quelle altitudini, si associano di solito a maggio o giugno.
Il risultato è un manto nevoso instabile, umido, pesante. E il rischio valanghe resta classificato come “marcato” su massicci come il Gran Sasso e il Terminillo. L’accumulo abbondante dei giorni scorsi, combinato con il riscaldamento rapido, crea strati deboli e scivolamenti possibili. Per chi frequenta la montagna, non è un dettaglio tecnico: significa dover rivedere itinerari, valutare con attenzione ogni pendio, rinunciare quando serve.
Un’anomalia isolata o un segnale più ampio?
La domanda che circola è semplice: stiamo assistendo a una nuova normalità climatica di febbraio? Negli ultimi anni gli inverni hanno spesso mostrato un carattere attenuato, con periodi freddi più brevi e intervallati da fasi miti sempre più frequenti. Le anomalie termiche non sono più rare eccezioni, ma episodi che si ripresentano con regolarità.
Non tutto può essere attribuito a un singolo evento o a una sola settimana di alta pressione. Il clima è fatto di tendenze lunghe, non di singole giornate. Ma quando febbraio si comporta come un mese primaverile, e quando questo accade più volte nel giro di pochi anni, il dubbio smette di essere teorico.
Per le comunità di montagna significa stagioni turistiche più incerte, costi maggiori per l’innevamento artificiale, ecosistemi che si adattano con fatica. Per chi vive in pianura può sembrare solo un inverno “più sopportabile”. In quota, però, il cambiamento si misura in centimetri di neve che si trasformano troppo in fretta in acqua.
Lo zero termico a 3.200 metri a fine febbraio non è solo un dato meteorologico. È un’immagine concreta di un equilibrio che si sposta. La vera questione è capire se stiamo osservando un episodio forte ma temporaneo, oppure l’ennesimo tassello di una trasformazione che, anno dopo anno, sta ridisegnando l’inverno sugli Appennini.








