La crisi climatica non è più solo una questione ambientale: è una questione sanitaria.
E i numeri lo stanno dimostrando con una chiarezza che non lascia molto spazio alle interpretazioni. Da nove anni il gruppo Lancet Countdown analizza il legame tra cambiamento climatico e salute umana, e il quadro che emerge è sempre più netto: quando il clima peggiora, peggiorano anche le condizioni di vita delle persone.
Il 2024 è stato il primo anno con una temperatura media globale stabilmente oltre 1,5°C. Non è una soglia simbolica. Significa più ondate di calore, più incendi, più eventi estremi. E significa anche più ricoveri, più decessi, più fragilità.
Caldo estremo e malattie: i numeri che preoccupano
Dal 1990 le morti legate al caldo sono aumentate del 63%. Nel decennio 2012-2021 si sono registrate in media 546.000 vittime l’anno. Gli anziani sopra i 65 anni hanno visto crescere l’esposizione alle ondate di calore del 304% rispetto al periodo 1986-2005. Per i neonati l’aumento arriva al 389%.
Non è solo una questione di temperature elevate. Il clima che cambia favorisce la diffusione di malattie trasmesse da vettori come zanzare e altri insetti. Dengue, West Nile, malaria stanno ampliando le loro aree di diffusione verso latitudini prima considerate sicure.
Le precipitazioni estreme e le siccità incidono sulla produzione agricola, sulle catene di approvvigionamento, sui redditi. L’insicurezza alimentare cresce, e con essa i problemi sanitari legati alla malnutrizione.
Un costo economico che pesa su tutti
Il caldo estremo nel solo 2024 ha comportato la perdita di 639 miliardi di ore di lavoro, con un danno stimato di circa 1.090 miliardi di dollari, quasi l’1% del PIL globale. E questo senza considerare alluvioni, incendi, danni infrastrutturali.
Senza un’accelerazione nelle politiche di mitigazione e adattamento, il cambiamento climatico potrebbe erodere fino al 19% del reddito globale entro il 2050. Numeri che incidono su salari, occupazione, servizi sanitari.
La politica rallenta, ma non ovunque
Il rapporto evidenzia una contraddizione evidente. Mentre le prove scientifiche si accumulano, diversi governi stanno prendendo le distanze dagli impegni climatici. Tagli ai finanziamenti, ritorno ai combustibili fossili, scelte che vanno nella direzione opposta rispetto ai dati sanitari.
Eppure la transizione non si è fermata. In molte città, regioni e settori economici, le politiche climatiche continuano ad avanzare. I lavori legati alle energie rinnovabili sono cresciuti del 18,3% in un solo anno, mentre l’occupazione nel settore fossile è leggermente diminuita.
La riduzione dell’uso del carbone tra il 2010 e il 2022 ha contribuito a un calo del 5,8% delle morti legate all’inquinamento atmosferico, pari a circa 160.000 vite risparmiate.
Salute pubblica e transizione energetica
La transizione verso energie più pulite non produce solo benefici ambientali. Riduce l’inquinamento, abbassa l’esposizione a sostanze nocive, alleggerisce la pressione sui sistemi sanitari. Migliorare l’aria che respiriamo significa ridurre malattie respiratorie, cardiovascolari, ricoveri.
In molte città il legame tra clima e salute è diventato un criterio guida nelle politiche locali: mobilità sostenibile, riqualificazione energetica, spazi verdi. Non sono interventi simbolici. Hanno effetti concreti sulla qualità della vita quotidiana.
Il quadro globale resta complesso. Le disuguaglianze tra Paesi e all’interno dei singoli Stati sono profonde. Ma cresce anche l’interesse delle persone verso il rapporto tra ambiente e salute. E questo cambia il contesto in cui si prendono decisioni.
La distanza tra la velocità della crisi e quella della politica è evidente. Ma la società, in molte parti del mondo, si sta muovendo. Non sempre con lo stesso ritmo, non sempre con la stessa coerenza. Il punto è che la connessione tra clima e salute è ormai visibile. E ignorarla diventa ogni anno più difficile.








